mercoledì 6 luglio 2011

Alina!

Alina. È un messaggio nella notte. Per Alina. Oh, Alina!
È come un paradiso sotto i piedi, Alina. Una luce che irrompe e che irradia tutto, ma è statica, è morente. È superficiale ma non la tocchi. La fragile bellezza di un cuore mortale. Ma noi siamo ciechi. Per Alina.
È una statua, Alina. Una statua sporca, con la testa china, di donna, che silenziosa soffre, ma il suo viso non trasmette dolore. È un angelo che muore. Un angelo di dolore che piange ma non lacrima, e le sue ali si addormentano sulla sua tomba fatta di vuoto.
Alina è un messaggio nella notte, un albero prossimo alla morte in un immenso prato ricoperto di fredda neve. Alina è la notte, è il rumore delle automobili che corrono lungo le strade alle luci pigre dei lampioni, è un silenzio così rumoroso e invadente che non riesci a pensare.
Alina è il crepuscolo di un giorno, la fine di qualcosa... e la contemplazione di essa. Alina è un passo soffice nel buio, al rumore di una luce dorata immobile e stanca, che non parla, non dice.
Alina è dolore. Alina è infinito. Alina è guardare uno specchio nello specchio. Alina è un messaggio nella notte, sulla strada, in alto, fra la solitudine e il silenzio.
Alina è lontananza che si avvicina, è qualcosa che stai per prendere, ma che mai raggiungerai. Alina è una nota silenziosa in un immane baccano.


sabato 2 luglio 2011

Ne pleure pas, personne n'est là.

I feel like I'm closed inside a cage. Can't get out, can't breath. Is there anyone? Anyone, please? I see thousands of shadows around me. I cannot think clearly, everything's spinning, nothing's definite. I wanna cry, I'm gonna cry. It's so dark. I need someone here.
I'm about to fall. I need someone taking my hand.
I'm about to fall.
I'm falling.

domenica 26 giugno 2011

When friends rejoice both far and near, how can I keep from singing?

A.
Nicolò mi chiamò martedì pomeriggio. Quando vidi il suo nome apparire sullo schermo del cellulare mi stupii, ma risposi subito. Fu una chiacchierata rapida in cui mi spiegò ciò che mio padre mi aveva già accennato, con mezze parole. Era da poco che Nicolò tornava a casa nei weekend, dopo intere settimane trascorse al centro di disintossicazione. Tutto procedeva al meglio, c'era la volontà e c'erano i risultati. C'era anche il dolore, ma Nicolò cercava di combatterlo in tutti i modi, e non era solo. L'aiuto di cui aveva bisogno era ancora tanto, ed ora stava chiamando me poiché aveva bisogno anche del mio. Perché potesse tornare del tutto alla sua vita di sempre, i passi da fare erano piccoli, le gocce andavano prese poche alla volta. Era arrivato ad un punto in cui il centro gli permetteva il reinserimento sociale, con l'aiuto della famiglia e di persone fidate. E qui entro in gioco io, con i miei amici. Nicolò sa che siamo gente apposto, gente tranquilla, gentile e affidabile. Mi ha un po' sorpreso che abbia pensato a noi, ma non per questo non mi ha fatto piacere. Anzi, tutto il contrario. Lo conoscevo da sempre, sapevo ciò che aveva passato e ciò che stava tuttora passando, e volevo aiutarlo, con tutto il cuore. Ci accordammo per passare insieme la giornata di sabato, mattina, pomeriggio e sera, definendo orari e luoghi e compagnia precisi. Chiusi la chiamata sovrappensiero per la grande responsabilità che mi ero preso, ma contento di fare qualcosa col cuore, per un amico. Un gesto di disponibilità e affetto totalmente disinteressato.

E.
Arrivai al bar che erano quasi le 18. C'erano quasi tutti, con quel Nicolò di cui A. ci aveva parlato. Ci aveva riuniti una sera per informarci della situazione, parlando chiaramente di ciò che era successo, della caduta di Nicolò nella droga pesante, del suo baratro e del suo attuale tentativo di recupero e di ritorno alla vita. Non di certo mi fece piacere sentire tutto ciò, e nonostante non lo conoscessi se non di vista, personalmente acconsentii subito ad accoglierlo con noi. Era una persona che aveva bisogno di aiuto, una brava persona che aveva commesso un errore, ma che ora stava facendo di tutto per ripararlo. Necessitava semplicemente di qualcuno che lo accompagnasse in questo. A. ci teneva tanto e nessuno di noi si oppose.
Fu così che stemmo insieme quel pomeriggio e poi anche la sera. Passeggiammo lungo le vie del paese, ci sedemmo a chiacchierare lungo i muretti e imparammo anche a conoscerci. Nicolò non era un tipo estroverso, ma bastava dargli una piccola "spinta" e il ghiaccio era rotto. Si trovava a suo agio e ciò mi recava sollievo. Lui mi piaceva. Non so perché, ma era come se mi ci sentissi in sintonia. Provavo a immaginare ciò che aveva passato, ciò che stava passando, lui, ma anche la sua famiglia e tutti i suoi cari. Mentre camminavamo tanta gente che lo vedeva gli veniva incontro a salutarlo con gioia e con tanti sorrisi. Non potevo capire ciò che provava Nicolò, ma potevo capire ciò che provava quella gente, perché lo provavo anch'io, nonostante fosse la prima volta che ci parlassi e che ci uscissi insieme. Sentivo, percepivo la sua richiesta d'aiuto, e volevo fare tutto per dargliela.

L.
Stavamo passeggiando lungo il corso. Io e mio marito eravamo pensierosi, ma non preoccupati. Conoscevamo A. e la sua famiglia da tanto e sapevamo che i suoi amici erano persone apposto, senza grilli per la testa. Eravamo contenti che Nicolò avesse scelto loro. Li vedemmo la sera fra la gente e la musica, seduti su un muretto, a chiacchierare e scherzare. Ci avvicinammo per salutarli. Mio marito si mise subito a scherzare con Nicolò e A.; io sorridevo, ero sollevata. Quei ragazzi erano così belli, così sinceri. Probabilmente non avrebbero mai avuto il problema che ha avuto Nicolò. Sapevo che erano le persone migliori con cui Nicolò potesse uscire, al momento. Lui, Nicolò, mi sorrise. «Ciao, ma'» mi disse, allegro e malinconico al contempo. Ma la lucentezza che aveva negli occhi quando lo disse... non gliela vedevo da fin troppo tempo. Troppo tempo passato a piangere, a urlare, a cercare di uscire dall'incubo. Troppo tempo rinchiusi nel nostro dolore, troppo tempo abbracciati io e mio marito guardando il letto di Nicolò vuoto, la casa vuota, il silenzio. Dopo tanto finalmente avevamo tutti ripreso a sorridere e a sperare. La luce alla fine del tunnel si vedeva e s'ingigantiva sempre di più.
«Ciao, tesoro mio.»

N.
Ora sì, che mi sentivo di nuovo libero.
Ora sì, che respiravo.
Ora sì, che vivevo.
E non sopravvivevo più. 

venerdì 24 giugno 2011

Why do all good things come to an end?

Dalle fiamme alla polvere.
L'automobile correva. La strada scivolava via sotto i pneumatici. Il paesaggio scorreva rapido. Le luci svanivano, ricomparivano, si scioglievano, esplodevano. L'aria entrava nell'abitacolo da migliaia di porte e finestre, e buchi e occhi, e scorciatoie e trappole.
Insieme, in contatto, lì. Con un muro che divideva. Uguali pensieri che non si ritrovavano, sperduti. Ma lì, erano lì. Eppure.
Abbaiando alla luna.

lunedì 13 giugno 2011

L'Italia s'è desta!

Oggi, lunedì 13 giugno 2011, lo si può dire, lo si può urlare ad alta voce: l'Italia e gli Italiani si sono svegliati. I quattro referendum abrogativi cui gli Italiani sono stati chiamati a votare nella giornata di ieri e nella giornata di oggi hanno raggiunto e magnificamente superato la percentuale minima di validità, il quorum del 50%+1. Sono così state abrogate la legge sui servizi pubblici locali, la legge sulla tariffa del servizio idrico, la legge sull'energia nucleare, la legge sul legittimo impedimento (che tanto legittimo non è). Ciò si traduce in acqua pubblica, in rifiuto dell'energia nucleare e in legge uguale per tutti. Oggi è un giorno importante, perché si è scritta una splendida pagina della nostra Democrazia. Andando a votare oltre la metà più 1 degli aventi diritto e avendo assentito all'abrogazione delle suddette norme, con percentuali superiori al 90% per tutti e quattro i quesiti, gli Italiani si sono svegliati dal loro torpore. Hanno capito che il Paese non va più, che è fermo, anzi, va, ma va indietro. Per colpa di un Governo egoista e malformato, sudicio, bugiardo. Un Governo impegnato a fare leggi per salvare il culo al proprio Primo Ministro, ad additare come metastasi del Paese magistrati impegnati sul fronte della lotta alla mafia, a dare del comunista a chiunque a lui si opponga. Quando l'Italia è in ginocchio, bombardata dalla crisi finanziaria, dalla disoccupazione giovanile (e non), dalla corruzione, dalla criminalità organizzata. In questo frangente, il Governo si preoccupa di abbreviare la prescrizione giudiziaria col fine esclusivo di permettere al Berlusca di salvarsi dai suoi processi, si preoccupa di proporre leggi che vadano a modificare la Costituzione per evidenziare l'inesistente superiorità del Parlamento su qualsiasi altra istituzione pubblica del Paese.
Agli Italiani ciò non va più. Non gli scende. E hanno deciso di alzarsi e dire basta. Hanno deciso di cambiare rotta. Perché se c'è qualcuno che può farlo, quel qualcuno siamo Noi. Noi, popolo. Noi, démos. Noi, democrazia. Noi abbiamo fottuto Berlusconi alle amministrative di Milano, Napoli, Bologna, Torino, Cagliari, e noi gli abbiamo detto "Sì, vogliamo abrogarti". Per ben quattro volte. Pesa la sconfitta, pesa tanto. È così che si vince: interessandosi, cercando, informandosi, capendo. E votando. Un diritto che ci permette di tutelarci e di farci del bene. Per noi e per i nostri figli.
Gli Italiani si sono svegliati e non intendono riassopirsi. Quelli lassù hanno messo in ginocchio il nostro Paese: noi lo faremo rialzare.
Errata corrige: lo stiamo già facendo.

lunedì 30 maggio 2011

You cannot find peace by avoiding life, Leonard.

Un fiume che scorre impetuoso...
Una musica che risuona nelle orecchie...
Parole che cantano al cuore...

If I were thinking clearly, Leonard, I would tell you that I wrestle alone in the dark, in the deep dark, and that only I can know, only I can understand my own condition. You live with the threat, you tell me you live with the threat of my extinction. Leonard, I live with it too.




E poi l'acqua si muove e va giù e scorre all'infinito verso il vuoto...

To look life in the face, always, to look life in the face, and to know it for what it is, at last, to love it for what it is, and then to put it away. Leonard, always the years between us, always the years, always the love, always the hours.


E tutto... tutto... per riempire i colmi di vuoto che abbiamo dentro...

« Signora Dalloway, dai sempre feste, per coprire il silenzio. »

~ T. H.

martedì 24 maggio 2011

Come un bel sogno inutile che si scorda al mattino.

Era passata da poco la metà della notte. Le vie della città erano deserte, eccetto qualche coppia di amanti o amici che passeggiavano chiacchierando allegramente.
Noi eravamo lì, dentro l'auto, a partorire incomprensioni.
La pioggia incominciò a venir giù. Lentamente, le gocce sfioravano i vetri e ivi morivano. Poi iniziarono a precipitare con forza, con più forza, numerose. Prepotenti venivano giù e bagnavano ogni cosa. I vetri presero a inzupparsi, a infradiciarsi d'acqua e lacrime. Il ticchettio era forte, rumoroso; inondava tutti i silenzi, che indifesi morivano sotto quelle nubi.
Dall'abitacolo vedevamo le luci delle vie dilatarsi, deformarsi, inumidirsi. Vedevamo le luci arancioni delle vie sbiadire verso un giallo tenue, creparsi, piangere. Il mondo intorno a noi andava sgretolandosi, cadeva a pezzi lanciando grida di dolore e di supplica. Quella pioggia di acqua e lacrime e paure scrosciava senza interruzioni.
E noi eravamo lì, a partorire incomprensioni.